Verona-Genoa, Vitinha dopo il gol

Domenica, per un impegno di lavoro, mi sono perso la partita che aspettavo da una vita, quella in cui il Genoa, testicula tacta, si salva vincendo al Marcantonio Bentegodi scaraventando il Verona, non solo virtualmente, nell’infame baratro della cadetteria. Purtroppo ho dovuto vivere, mio malgrado, questo irripetibile evento via radio, durante un allucinante viaggio in autostrada, con momenti di “Paura e delirio a Las Pezia”. Colpa mia che per innato masochismo ho preferito la radiocronaca sfegatata del mio amico Pinuccio a quella più istituzionale di “Tutto il calcio minuto per minuto”, ritrovandomi così varie volte a tu per tu con l’infarto ed a pochi centimetri dallo schianto contro il guard-rail in occasione dei nostri gol. Tornato illeso per miracolo dall’impegno lavorativo, ho guardato avidamente la partita con quella magnifica sensazione che ti da sapere che hai già vinto. Sospettavo che, seppure in differita, avrei goduto parecchio, ma non immaginavo così tanto.

Nonostante l’enfasi brenziniana della radiocronaca, non avevo compreso la bellezza del golazo segnato da Vitinha né avevo intuito la perentorietà dello stacco dello strangolatore di Oslo. Soprattutto, non avevo colto quanto il Grifone avesse ridimensionato il ringhioso mastino scaligero, trasformandolo nel classico cagnetto rompicoglioni che abbaia e basta. Una prestazione di gruppo matura e gagliarda, in una partita tanto difficile quanto cruciale per il nostro futuro.