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Ultimo aggiornamento: 8:10
Un pezzo di storia all’asta. In tribunale, insieme con case, appartamenti, auto e altri residui di confische e fallimenti. Prezzo: da 20mila a 86mila euro. Pochi ormai conoscono i casoni della laguna tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Sono quel che resta di un mondo che sta scomparendo: edifici con il tetto di paglia, i muri spesso di canne e legni. All’interno poche stanze spoglie: qualche sedia, un tavolo, un caminetto, letti di fortuna, magari l’immagine della Madonna alla parete.
Per secoli sono stati un regno di solitudine, fatica. Spesso di povertà. Costruiti su lingue di terra, su isole, in passato di solito abitati da pescatori perché qui si poteva arrivare quasi soltanto con le barche. Un luogo di silenzi interminabili interrotti dal canto degli uccelli, da poche voci; dal suono dei remi di una batéla (imbarcazione con il fondo piatto che scivolava spinta da un rematore a poppa, come le gondole). Un luogo intriso dell’odore di quell’acqua di laguna che sa insieme di mare e di fiume.
Erano molte migliaia di casoni nell’Italia Orientale, tra le campagne e, appunto, la Laguna (sulla terraferma, però, erano costruzioni più solide, più ricche, con i muri anche di mattoni). Poi durante il Fascismo molti furono abbattuti. Altri vennero cancellati nel Dopoguerra. All’epoca forse pareva di doverli eliminare perché simboli di un passato povero, da dimenticare. Ne sono rimasti, però, inconfondibili anche da lontano con i loro tetti di paglia, alti e spioventi.







