«I governi devono adottare misure concrete per contrastare l’incitamento all’odio, proteggere la libertà religiosa e combattere la discriminazione nei confronti dei musulmani, vittime di una preoccupante retorica anti-Islam ma anche di odio esplicito, che possono sfociare in molestie e violenze contro individui e luoghi di culto». A parlare è il presidente delle Nazioni Unite, il portoghese Antonio Guterres. Lo ha fatto in occasione della giornata mondiale contro l’islamofobia, ed è ineccepibile che l’Onu si preoccupi della sicurezza dei due miliardi di abitanti del pianeta che sono fedeli di Allah. Né vale molto specificare che i duecento milioni circa di musulmani perseguitati ogni anno nel mondo sono poco più della metà dei 390 milioni- dato in crescita- di cristiani vittime dello stesso destino, a fronte di una massa di fedeli solo di poco superiore. Nel giorno dell’islamofobia, è giusto che si parli di questa e non di emergenze superiori come l’antisemitismo, che riguarda la totalità dei sedici milioni di ebrei nel mondo, o dell’uccisione per motivi di fede di circa seimila cristiani ogni anno.
Quello che però dovrebbe specificare Guterres, per rendere un’esatta fotografia della situazione, quando invita gli Stati a vigilare sulle «profilazioni ingiustificate, le politiche migratorie tendenziose e le esclusioni e discriminazioni istituzionali e socioeconomiche di cui sono vittime i musulmani», è chi in realtà perseguita i fedeli di Allah. Noi occidentali, con il nostro insensato senso di colpa nei confronti del resto dell’umanità perché abbiamo sviluppato un’economia più ricca e una civiltà che ha colonizzato buona parte del pianeta, siamo portati a puntarci l’indice accusatorio al petto, quando sentiamo parlare di discriminazioni. La realtà però è un’altra: a perseguitare i musulmani non sono le nostre democrazie bensì gli Stati totalitari e i musulmani stessi, in una fratricida e permanente guerra di religione.







