Tutti pazzi per Sal Da Vinci. In Europa ancor più che in Italia. Perché, nonostante Napoli rappresenti indubbiamente una delle culle della musica italiana – non solo, come vedremo, quella neomelodica fatta di sonorità pop tambureggianti – nel nostro Paese continua a patire un pregiudizio legato a vari fattori. In primis alla forte identità partenopea, veicolata – più che mai con la musica – da un dialetto che o lo ami o lo odi. In tanti lo amano, basti pensare a O’sole mio, dal 1898 considerato in tutto il mondo al pari di un inno all’italianità. Ciò non è bastato a sopprimere il malanimo nei riguardi dei napoletani. Anzi. Questo da tempi immemori. Dal Rinascimento, per la precisione, quando da Firenze, culla dell’italiano letterario, iniziavano a far partire quella che oggi definiremmo una shitstorm piena di tutti i pregiudizi che ancora resistono coi soliti luoghi comuni di sempre che nei secoli si sono tramandati unendo, clamorosamente, letterati e bifolchi, cori da stadio (censurati con molta severità) fino ad arrivare al Festival di Sanremo.
La musica, però, storicamente, è stata anche la risposta più grande di Napoli. Non è certo un caso se proprio nella città della dea Partenope sono nati i conservatori musicali più antichi, già nel ‘500. Per dare a chi li disprezza la risposta migliore: a suon di melodie, armonie e accordi. Per capire perché la musica napoletana abbia, però continuato a far discutere anche in tempi recentissimi, praticamente fino a oggi, bisogna partire da una frattura che risale all’ultimo quarte del Novecento. Negli anni Ottanta, infatti, il panorama musicale partenopeo si divise in due universi simbolici: da una parte la Napoli “colta”, rappresentata da artisti come Pino Daniele, che mescolavano blues, jazz e world music; dall’altra la Napoli popolare, quella delle sceneggiate e dei cantanti neomelodici. Non era solo una questione musicale ma sociale. Il neomelodico nasce e si connette perfettamente alla realtà dei quartieri popolari, ai matrimoni, racconta, cantando a squarciagola, drammi sentimentali diretti, il più delle volte utilizzando espressioni dialettali. È musica che non passa dalle accademie ma dalle piazze. Per questo, per decenni, è stata guardata con sospetto dall’establishment culturale italiano, percepita come folklore o come prodotto commerciale di serie B. Eppure i numeri hanno sempre raccontato un’altra storia. Dietro al pregiudizio, tuttavia, c’è un dato che sorprende. Proprio tutti o quasi quei cantanti napoletani criticati nel resto d’Italia per la loro hanno venduto milioni di dischi, spesso più di artisti considerati “di culto”.







