In questi ultimi mesi si è parlato a lungo della discesa del dollaro, con il cambio fra l’euro e la divisa americana che nel giro di poco più di un anno era salito da circa 1,02 a 1,20. Lo scenario, però, è cambiato bruscamente nel mese di marzo, con le tensioni geopolitiche e la guerra Usa – Iran che hanno determinato una serie di conseguenze a cascata. In primis il rally del petrolio, con WTI e Brent arrivati in area 100 dollari al barile, ma anche una frenata dei listini azionari ed aspettative per una ripresa dell’inflazione. Tutto ciò, ovviamente, si riflette anche sulle previsioni dei tassi delle Banche centrali che – partendo proprio dalla Federal Reserve – saranno molto caute nell’abbassare ulteriormente il costo del denaro al fine di evitare fiammate dell’inflazione. Al tempo stesso, un rallentamento economico potrebbe spingerle ugualmente in questa direzione.
Operativamente sono tornati gli acquisti sulla banconota verde, con il cambio euro/dollaro crollato sotto 1,15, ormai a ridosso ai 1,14, sui livelli più bassi dallo scorso luglio. Le prossime sedute saranno cruciali per capire la consistenza della fase rialzista del dollaro e le possibilità di rivedere il cambio fra le due valute su valori ancora più bassi. È però già chiaro che il forte aumento dei prezzi delle materie prime mette ancora una volta in evidenza la vulnerabilità dell’Europa su temi energetici. Gli acquisti di greggio e gas ai prezzi record di queste ultime settimane pesano sulla bilancia commerciale, indebolendo l’euro. cresce quindi l’attesa per la prossima riunione della BCE, per capire quelle che saranno le mosse di Miss Lagarde e del suo gruppo di economisti per contrastare l’aumento dei prezzi del greggio, cercando di prevenire il ripetersi degli shock inflazionistici già visti dopo l'invasione russa dell'Ucraina.








