Più si fantastica di toni bassi, più il fango aumenta. A prescindere da quale sarà il risultato del referendum di settimana prossima, qualche conclusione si può già anticipare, per esempio che il livello del dibattito ha raggiunto abissi inesplorati. In particolare, a sinistra è iniziata una sorta di caccia al disertore, tra accuse, piccole liste di proscrizione e addirittura minacce via social nei confronti di chi, sulla riforma, osa scostarsi da quello che parrebbe essere il vero obiettivo della campagna per il No, ovvero creare un danno d’immagine a Giorgia Meloni. La riforma deve essere fermata, a tutti i costi.
Una linea che rappresenta un problema per quanti nel Pd e dintorni hanno sostenuto per anni la necessità della separazione delle carriere, anche nelle mozioni congressuali perla segreteria (Martina-Serracchiani, per dirne una). E chi non cambia finisce bastonato.
L’ultimo caso della serie riguarda Luigi Marattin, ex Dem renziano oggi Libdem, che per aver osato postare un video pro-riforma s’è trovato di fronte al seguente pacato avviso: «Finirai a piazzale Loreto». Nel dettaglio: «Luigi attento, l’aria può cambiare, è successo in passato, studia un po’ la storia e vedrai che i piazzali Loreto sono stati tanti, potresti trovarti in futuro con i piedi non proprio per terra». Il giorno prima era toccato a Giuliano Pisapia beccarsi del «vecchio» per aver dichiarato di aver scelto il Sì. Il che per la verità, viste le posizioni storiche dell’ex sindaco di Milano sulla giustizia, rappresenta tutto tranne che un improvviso cambio di fronte senile. Tra i tanti finiti nel mirino come dissidenti, si segnalano anche Ettore Rosato e Pina Picierno.







