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Nessun canone letterario, neppure il più famoso, quello occidentale del sommo Harold Bloom, che ha i suoi fondamenti in Shakespeare e Dante, è immune da riserve e obiezioni. Un canone è sempre integrabile, modificabile e contiene in sé i presupposti per un controcanone. La bellezza tutta umana della letteratura è proprio nella sua energia e contraddittorietà, qualità tipiche dell'anima di noi mortali. Italo Calvino identificò la linea portante della letteratura italiana in quella che va da Ariosto a Galileo e a Leopardi: la stima e la gratitudine che ho per lui non mi hanno mai impedito di ipotizzare, e preferire, una linea alternativa che va da Tasso a Vico e a Foscolo. Esistono innegabilmente tutte e due, coabitano e dicono quanto sia vasto e inesauribile il giacimento d'oro della nostra storia letteraria, oggi così trascurata. Pensando al secolo passato, se si apre l'antologia Lirica del Novecento, di Luciano Anceschi e Sergio Antonielli, uscita nel 1963, i poeti che occupano più pagine e ricevono più attenzioni rappresentano un canone: Giuseppe Ungaretti e Eugenio Montale, centrali, e poi Guido Gozzano, Aldo Palazzeschi, Dino Campana, Umberto Saba, Vincenzo Cardarelli, Salvatore Quasimodo. Pochi anni dopo, esce l'antologia Poesia italiana del Novecento di Edoardo Sanguineti. Inevitabilmente, tutti i poeti sopra citati vi sono inclusi, anche se Quasimodo viene ampiamente ridimensionato. Ma il disegno è diverso. Parte da una infornata di Futuristi di ogni risma, che ha il merito di riportare in luce Farfa con il suo delizioso Noi, miliardario della fantasia, un mondano funambolo del linguaggio come più tardi sarà il caro Valentino Zeichen, e marcia trionfalmente verso i poeti della Neo Avanguardia di cui Sanguineti stesso è il più lucido teorico: Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Antonio Porta, Nanni Balestrini. Sanguineti ebbe l'eleganza di non includere se stesso. Ma lui era in tutta l'operazione che firmava con la volontà di stabilire un canone neoavanguardistico che per qualche anno dominò davvero la cultura letteraria italiana. Mentre l'antologia di Anceschi e Antonielli presentava due voci femminili come Sibilla Aleramo e Antonia Pozzi, entrambe e per ragioni diverse forti e autentiche, quella di Sanguineti non ne presenta nessuna. Oggi segnalerei più di una voce femminile, e a Sibilla Aleramo e Antonia Pozzi, che prediligo, aggiungerei almeno Ada Negri con la sua vena sociale e Cristina Campo, con la sua tormentata metafisica. Autori rimasti in secondo piano possono assurgere per un capriccio critico ai vertici del canone: così è successo per opera di Cesare Garboli a Sandro Penna, poeta adorabile e niente più. Camillo Sbarbaro è stato tenuto nell'ombra per molto tempo, e sta ricevendo soltanto ora, con la pubblicazione di un Meridiano Mondadori dedicato a lui, il risalto che merita per modernità, intensità, passione. Dimenticato quasi del tutto è Arturo Onofri. Eppure l'autore di Vincere il drago! e Zolla ritorna cosmo, affronta con un lirismo teso e immaginoso temi simbolici che oggi sono ben più necessari di quanto certa critica voglia far credere. Trascurato è Alfonso Gatto, che ha una voce tutta sua con cui restituisce all'endecasillabo una misura e una musica incantevole. Esistono ancora forti oscillazioni nel canone della poesia del secondo Novecento: non so perché le quotazioni di Giorgio Caproni siano così più alte di quelle di Mario Luzi, per esempio. E vedo stazionarie quelle di Andrea Zanzotto e in ribasso quelle di Giovanni Raboni e Giovanni Giudici. Franco Fortini e Giovanni Testori, così diversi tra loro, meriterebbero di più. Con Cesare Pavese si apre un caso. L'autore di Lavorare stanca è davvero il realista che piacque ai suoi tempi, o è attraversato da oscure e potenti tensioni del mito, che ne farebbero uno dei capostipiti del mitomodernismo?






