Stavolta è il petrolio russo a dividere Lega e Fi, i «nemici amici» del governo Meloni, alleati fuori sincrono un giorno sì e l’altro pure. Il primo a fiutare l’aria che tira - dopo l’allenamento delle sanzioni da parte degli Usa per bilanciare l’aumento del costo dell’energia innescato dalla guerra in Medio Oriente - è stato l’ex delfino Roberto Vannacci, che ha subito invitato Italia e Europa a mettersi in scia degli States ripristinando gli acquisti di gas e petrolio. E benché il capitano e il generale non si rivolgano più parola, sui fondamentali mostrano di continuare a pensarla allo stesso modo.
«La principale potenza dell'Alleanza libera occidentale e la guida della Nato, ovverosia gli Stati Uniti - dice infatti il leader della Lega - hanno allentato le sanzioni nei confronti del petrolio che arriva dalla Russia e io ritengo che l'Italia e l'Europa debbano prendere in considerazione la stessa scelta pragmatica». Parole che piombano mentre il governo si arrovella per arginare le conseguenze del blocco dello stretto di Hormuz imposto da Teheran, con i prezzi di gas e benzina schizzati alle stelle. Tornare al buy russian vorrebbe dire approvvigionamenti certi e a prezzi stracciati. «Non si tratta di essere pro-Putin o anti-Putin - ci mette il carico da 90 Salvini - Non volere gli atleti paralimpici alle paralimpiadi, non volere gli artisti russi alla Biennale di Venezia non significa difendere l'Ucraina, significa essere sciocchi. Quindi Trump, secondo me, ha fatto bene».








