Settantasei anni da compiere a settembre, laureato in filosofia ma esperto di economia, non a caso vice ministro appunto dell’Economa nei governi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, presidente della Commissione Bilancio del Senato, Enrico - anzi Antonio Enrico - Morando si può considerare il più liberal dei fondatori del Pd, pur provenendo dal Pci e dal suo giornalismo militante. Tanto liberal che il segretario del Pd appena nato, Walter Veltroni, lo scelse come coordinatore, cioè capo, del “governo ombra” di tradizione anglosassone formato anche per dare un segnale inconfondibile, anglosassone appunto, della formazione politica che si proponeva di fare diventare maggioritaria, riscattando la sinistra dai condizionamenti radicali, intesi come estremisti, non certo come pannelliani, subiti nelle esperienze dell’Ulivo e dell’Unione.
Della sua breve esperienza giornalistica all’Unità Morando ha ricavato e conservato il meglio, direi, di una professione così facilmente esposta ai rischi della prolissità, genericità, approssimazione e presunzione. Lo scrivo anche in senso autocritico, per carità, potendomi essere capitato di sbagliare proprio in quelle direzioni, per quanti sforzi abbia compiuto di non cadere in tentazione. E per quanta buona scuola abbia avuto lavorando per una decina d’anni con Indro Montanelli. Che aveva un carattere leggermente peggiore del mio, che pure lui considerava il peggiore in assoluto, rammaricandosene qualche volta anche con i nostri migliori amici politici comuni: ad esempio, Arnaldo Forlani. Che me lo confidò chiedendomi, sorpreso, che cosa mai avessi fatto per guadagnarmi quel giudizio. A Morando credo che spetti l’Oscar della chiarezza e della sintesi nella campagna referendaria della sinistra del sì - che c’è, per fortuna - alla riforma costituzionale della magistratura.







