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Nel linguaggio comune l’espressione “smemorato di Collegno” viene talvolta utilizzata per indicare una persona molto distratta o che fa finta di non ricordare qualcosa. È un modo di dire legato a un famoso caso giudiziario che cominciò cent’anni fa, e che appassionò moltissimo i giornali e l’opinione pubblica del tempo. Nel marzo 1926 un uomo affetto da amnesia fu arrestato dalla polizia di Torino, che non riuscì a identificarlo e lo fece internare nel manicomio della vicina Collegno.

L’uomo vi rimase per quasi un anno prima di essere identificato da due persone diverse: Giulia Canella e Rosa Negro. La prima, una donna di Verona, sosteneva che fosse suo marito Giulio Canella, stimato professore di filosofia scomparso durante la Prima guerra mondiale. Ma anche la seconda vi riconobbe il marito, Mario Bruneri, un truffatore di cui non si avevano più notizie da alcuni anni. Un lungo processo lo identificò come Bruneri, ma lui visse il resto della vita come Canella.

Lo “smemorato di Collegno” fu arrestato il 10 marzo 1926 in piazza San Carlo, a Torino, con l’accusa di aver rubato alcuni vasi dal settore ebraico del cimitero monumentale. Incuriosì fin da subito gli agenti, perché pur non ricordando nulla del proprio passato parlava un italiano distinto e forbito. In tasca aveva pochi oggetti e una cartolina con un messaggio che sembrava scritto da un bambino: «Al mio caro babbo, accetta gli auguri di un buon giorno onomastico che di cuore ti invia il tuo affezionatissimo Giuseppino». Ma non aveva documenti con sé, e non sapeva rispondere a nessuna domanda relativa al suo nome, alla sua provenienza e ai suoi familiari.