PADOVA - Alla pace e alla non violenza ha dedicato una vita intera. É stato uno dei primi obiettori di coscienza in Italia quando questa scelta era punita con il carcere. Ma non ebbe mai timore di tenere fede ai propri ideali pagando con due anni di reclusione il suo rifiuto di prestare il servizio militare. É morto Alberto Trevisan, 78 anni, padovano, storico attivista per la non violenza.

Un infarto l’ha colpito giovedì mattina mentre camminava per strada a Rubano. Una passante ha prontamente chiamato il 118, poi la corsa al pronto soccorso di Padova e il trasferimento in rianimazione. Ma per Trevisan non c’è stato nulla da fare, e giovedì pomeriggio la moglie e i figli hanno incontrato l’equipe medica per il consenso alla donazione degli organi. «Una persona in qualche parte di Europa sta attendendo gli organi dopo l’espianto - racconta la moglie Claudia Bernacchi - Alberto, come me, aveva dato il suo consenso con il rinnovo carta identità. Un piccolo gesto ma che assume grande valore. Ho dato ieri l'ultima carezza ad Alberto per me, per nostri figli e le loro famiglie e per tutte le persone incontrate da Alberto nella sua vita che condivido da circa 60 anni».

Trevisan era nato il 21 settembre, Giornata internazionale della Pace, e forse un po' il suo destino era già scritto in quella data, come lui stesso ricordava in una intervista rilasciata a “Il Gazzettino”. La gioventù trascorsa a Feltre (Belluno), dove era nato, e poi l’arrivo a Padova negli anni dell’università. Ma l’obiezione di coscienza era nata in lui fin dal liceo con gli studi di Gandhi, Luther King, Thoreau, ai quali è seguita una lettura critica del Vangelo. La prima obiezione all’articolo 52 della Costituzione, che recitava l’obbligatorietà del servizio militare per tutti, il 9 giugno del 1970, ne seguirono altre due intervallate da pochi mesi di libertà e da tre processi. Nel 1971, assieme ad altri giovani, la prima obiezione di coscienza collettiva, quella che fu la chiave di volta per tutto il movimento.