Ogni volta che un esponente del potere in carica, sia governo nazionale o locale, spia un giornalista, compila un dossier sul suo conto, lo invia a “chi di dovere” — l’editore, ovviamente: il potere protervo ragiona così, non discuto con te, ti faccio zittire da chi ti paga — io da qualche parte mi rallegro. Una piccola allegria acquattata da qualche parte dietro la rabbia, lo schifo. Una specie di sollievo. Vedi, mi dico. I famosi “giornalai” denigrati a tutti i livelli e in ogni occasione — non parlo dei social, magari fossero solo i social — come categoria prona, servile, corrotta, incompetente, sciatta, avida, pronta a mettersi al guinzaglio di chi comanda. Vedi però. Si vede che non tutti, no? Si vede che ce ne sono ancora, in giro, di giornalisti che fanno il loro lavoro con onestà e rigore, senza timore di ritorsioni, con pericolo e fatica, secondo etica e passione. Si vede che qualcuno c’è, che svolge il celebre compito democratico di controllo, se fa così tanta paura da dovergli infilare un trojan nel telefono per capire con chi parla, per mettergli dietro qualcuno che lo segua nella vita privata, che scriva report quotidiani e riferisca. Si vede che non basta, la lusinga del denaro di un posto da consulente in un ministero, la promessa di una candidatura o di una presidenza: non sempre, almeno. Poi. Le carriere si retroilluminano facilmente: per capire chi si è fatto sedurre da soldi poltrone e promesse basta vedere dove si trova, a fine corsa o talvolta a metà. Poi ci sono quelli che si trovano lì dov’erano quando hanno cominciato, non a Bruxelles non a Roma in qualche palazzo del centro ma sempre dietro alla loro scrivania, pronti a partire se necessario ogni volta che lo è. Molto spesso sono giornalisti di testate locali, perché il giornalismo locale è fatto così: se vivi a Napoli o a Genova o a Messina devi andare, cercare, ostinarti, insistere. Non basta aspettare che la notizia arrivi, la devi trovare. Quindi male, questa storiaccia di Genova, ma bene.
Brutte storie e buone notizie
Li hanno spiati perché fanno molto bene il loro lavoro
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