La morte arriva subito, prima del primo capitolo, nel prologo. Poi le settecento pagine del romanzo di Paul Murray, Skippy muore (Einaudi, 2026, pag. 720, euro 22) sono un lento resoconto dell’agonia del protagonista e di tutto il mondo che lo circonda. Murray racconta lo spaesamento della società con l’occhio dei giovani, ma dove il virus della confusione e dell’inconsistenza infetta tutti, gli adulti prima degli altri. Certo, il romanzo ruota intorno a una scuola e alle vertiginose malinconie dell’adolescenza dalla quale, però, anche genitori e insegnanti sembrano non essere mai usciti.

Quello di Murray è un romanzo delle solitudini in cui tutti i personaggi sono ripiegati alla ricerca di una via autonoma verso una qualche speranza. La droga, le pillole di ogni tipo, la musica, la dieta, le amicizie, la violenza, la scienza, l’alcol, il sesso sognato, mitizzato, venduto, sprecato, perfino l’amore straniante e incomprensibile, per l’umanità che vive intorno alla prestigiosa scuola irlandese di Seabrook, diventano strade disperate verso un impossibile pienezza che dia significato a tutto il male di cui, oltre la patina di rispettabilità, gronda questa periferia del mondo.

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