ASaluggia, dove sorgeva il primo reattore italiano (1959) per la ricerca su fisica nucleare e tecnologia dei materiali poi diventato un deposito di materiali radioattivi, l’azione di smantellamento e gestione dei rifiuti radioattivi vive ancora in un tempo sospeso. Soprattutto perché a distanza di decenni si parla di temporaneità per i depositi. E le ultime dichiarazioni del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin hanno nuovamente confermato che in Italia non si farà un deposito unico per i rifiuti nucleari, bensì più centri oppure si continueranno a impiegare i 22 già esistenti. Il Gruppo Orano a La Hague riprocesserà il combustibile irradiato delle centrali italiane di Caorso, Trino, Garigliano e del deposito Avogadro di Saluggia per separare uranio e plutonio dai prodotti di fissione che costituiscono i rifiuti radioattivi veri e propri. I materiali recuperati rientreranno nel ciclo nucleare francese, mentre i residui vetrificati verranno nuovamente stoccati in depositi idonei italiani. E a Saluggia si teme che proprio il territorio vicino Torino continuerà ad essere usato per contenere scorie nucleari.

L’EDITORIALE

Non servono solo le regole

Il sindaco di Saluggia, Libero Farinelli, ha dichiarato che al momento non vi è alcun atto formale o richieste urbanistiche per accogliere i rifiuti “italiani” provenienti dalla Francia, ma l’incertezza regna sovrana. Il nodo della vicenda è legato alla storia del sito vercellese. Dopo l’interruzione di ogni attività alla fine degli anni ’80, solo a partire dal 2003 il proprietario Sogin ha iniziato il processo di smantellamento sicuro. Inizialmente, si contavano 2.886 metri cubici di scorie, inclusi liquidi ad alta radioattività. Nel tempo questa soglia si è abbassata a 2810 metri cubici grazie a un parziale trasferimento estero e trattamenti e confluenza nei nuovi depositi temporanei D2. Altri interventi hanno consentito di attuare ulteriori bonifiche, decontaminazioni, costruire nuovi impianti di approvvigionamento idrico e una nuova cabina elettrica. Ma è ancora allo stato di progetto l’impianto per il trattamento e il condizionamento dei rifiuti radioattivi prodotti dalle pregresse attività e dall’intero programma di smantellamento (il termine è fissato per il 2028).