Anche nelle università statali il mandato dei rettori potrebbe diventare rinnovabile, per una durata complessiva di dieci anni sul modello cinque più cinque. Così facendo il modello si avvicinerebbe al sistema già in vigore nelle università private.
I precedenti tentativi
Il condizionale è d’obbligo visto che la questione è sorta e tramontata più volte negli ultimi mesi. Ad esempio quando il 29 gennaio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato l’ultimo decreto Pnrr (il Dl 19/2026 che è stato poi pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 19 febbraio). Già in quella sede si era parlato di inserire nel testo una modifica in tale senso, senza riuscire però a trovare la quadra. La scena si è ripetuta in seno al tavolo tecnico sulla riforma della legge 240/2010 voluto dalla ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, che sta discutendo da mesi della governance degli atenei: anche in quel caso la questione è entrata e uscita dall’ordine del giorno a causa dell’impossibilità di trovare una sintesi.
La proposta
A riprovarci sono ora in tandem la Lega e Forza Italia che hanno presentato due emendamenti identici al Dl Pnrr attualmente all’esame della commissione Bilancio di Montecitorio. Il primo è a firma Miele-Di Mattina; il secondo è targato Cannizzaro. La soluzione proposta è la medesima. E consiste nel ridurre da sei anni a cinque anni la permanenza in sella dei rettori, rendendola però rinnovabile per un altro quinquennio. Il rinnovo verrebbe subordinato - come si legge in entrambe le proposte di modifica - a «una nuova elezione da parte dell’elettorato accademico».






