Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.
Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.
Spalti gremiti ai limiti della capienza, avrebbe detto Sandro Ciotti, San Siro non tradisce mai, conserva la propria identità unica, esclusiva a differenza delle due squadre che hanno cambiato proprietà affidandosi ad azionisti stranieri gli stessi che hanno deciso di traslocare altrove
È un po’ come il festival di Sanremo, si parla del passato per dare un senso al presente. Il derby di Milano ha smarrito il fascino antico, non ha più i grandi protagonisti, in campo, in panchina, in società, lontani i migliori anni della sua vita, quelli dei Moratti, di Rizzoli, di Carraro, di Fraizzoli e Berlusconi, di Helenio Herrera e Nereo Rocco, dei Palloni d’oro Suarez e Rivera. Questo era il derby, atteso durante la settimana, partita diversa da qualunque altra, sfida di quartiere, casciavit e bauscia, roba incomprensibile per i contemporanei drogati dall’enfasi dei nuovi narratori, pagine calde di letteratura, il derby era l’immagine giusta di Milano, era anche un cabaret, era la nebbia, il tram, il panettone, San Siro. Ecco, appunto, di quell’epoca magica è rimasto e resiste soltanto lo stadio, il monumento grandioso che per l’appunto vogliono abbattere, è vecchio, è obsoleto, non è idoneo. Massì, buttiamolo giù, costruiamo in altre zone, periferia, provincia, lontanissimo, già che ci siamo demoliamo anche il Duomo e la Madonnina, piazziamo una pista ciclabile e un parcheggio sotterraneo.






