R oma, 22 maggio 1903. In uno studio notarile viene registrato l’atto di nascita delle Industrie Femminili Italiane, una cooperativa che dichiara, come scopo primario, quello di «promuovere e migliorare il lavoro femminile e la condizione economica delle lavoratrici». Un’esperienza diffusa in 24 laboratori in tutta Italia, che riesce a produrre reddito e dividendi, espandendosi a tal punto che saranno aperti negozi in molto città europee e negli Stati Uniti, a New York, a Boston... Qualche decennio prima molte di loro, nobili e borghesi, avevano fondato scuole professionali, per l’insegnamento e la trasmissione di antiche tecniche a ragazze prive di mezzi. Perché, era la loro riflessione, queste giovani dovevano finire in fabbrica ed essere licenziate alla prima occasione? Perché non farle innamorare e appassionare, ad esempio, alla prodigiosa arte del merletto? E con coraggio avevano fatto nascere scuole a Burano, a Idria e a Fagagna. Si moltiplicavano mostre di promozione e vendita di prodotti artigianali al femminile. Una storia di successo oggi dimenticata. Come quella di Lina Furlan.

La scena si sposta qualche decennio più tardi, nel 1930. Lina si iscrive all’Ordine degli avvocati di Torino. Le donne avvocato, in quel momento, non sono una regola, semmai un’eccezione. Ma lei imbocca una strada ancora più impervia e diventa la prima penalista; lo dichiara lei stessa: «Prima di me nessun tribunale aveva visto una donna, se non come imputata». In quel mondo esclusivamente maschile lei si fa strada, si impegna, diventa un punto di riferimento, famosa per le arringhe intense e teatrali. Luoghi e motivazioni diverse, ma stessa tenacia e convinzione, nelle scelte di suor Maria Cabrini, missionaria dall’esistenza romanzesca e intessuta di potente spiritualità; e in quelle di Severina Parodi, accademica della prima ora dell’Accademia della Crusca; di Tina Anselmi, protagonista della scena politica del dopoguerra. Vicende che si consumano nell’Ottocento risorgimentale e romantico, protagoniste Anita Garibaldi e Paolina Bonaparte. O di qualche decennio fa, ma la cui eco non si spegne: Raffaella Carrà, mito del pop e “musa ispiratrice” per tanti artisti contemporanei. Storie di donne, prima di tutto storie di grande valore e coraggio, che vengono narrate e studiate nel Dizionario biografico e tematico delle donne in Italia. Lo presenta l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, un’opera in tre volumi - oltre 2.500 pagine e 650 profili - che ricostruisce la presenza femminile nella storia nazionale dal Settecento ai primi decenni del XXI secolo. Diretto da Emma Giammattei, italianista e storica della cultura, il Dizionario nasce dall’impegno di restituire visibilità a figure rimaste a lungo ai margini della narrazione storica tradizionale. Prezioso l’apparato iconografico, che integra documenti, ritratti e fotografie d’epoca come parte organica della narrazione. L’opera è dedicata a Rita Levi-Montalcini, che guidò Treccani dal 1993 al 1998. Perché questo Dizionario proprio adesso? Un modo per celebrare l’8 marzo? «Nel 2020 si è concluso il Dizionario biografico degli italiani ed è emerso un dato inconfutabile: la presenza femminile si fermava al 4 per cento», spiega a Libero la curatrice. Non si tratta di «un’anomalia solo italiana- anche in altri grandi repertori internazionali le donne erano pochissime- ma tutto ciò ha imposto una seria riflessione. Nel frattempo, negli ultimi decenni, gli studi di storia delle donne e di genere hanno conosciuto uno sviluppo straordinario. Era arrivato il momento opportuno per dare forma ed equilibrio a questo intenso lavoro di ricerca».