Uno scrittore ribelle orfano del Nobel: in Portogallo si commenta con quest’immagine la scomparsa avvenuta il 5 marzo di Antònio Lobo Antunes, gigante della letteratura lusitana, paragonabile a José Saramago che, al contrario, fu premiato dagli accademici svedesi. Nato il 1° settembre 1942 a Lisbona, nel quartiere di Benfica, laureato in medicina nel 1969 e specializzato in psichiatria, esercitò la professione nell’ospedale Miguel Bombarda, dopo aver trascorso tre anni in Angola (dal 1970 al 1973). L’esordio letterario avvenne nel 1979 con Memoria da Elefante, romanzo fortemente autobiografico, in cui si descrive una giornata in cui il personaggio principale vaga per Lisbona, perso tra i ricordi della vita famigliare, i flash dell’esperienza nelle guerre coloniali e riflessioni sulla pratica medica. Il testo successivo mantiene questo filone ed è ancora più crudo: In culo al mondo. Sono i temi che segneranno la sua opera complessiva, 32 romanzi tradotti in 30 lingue. In uscita, ad aprile, l’ultima sua fatica, Poemas, inedita escursione nella poesia.

Lo stile di scrittura di Lobo Antunes, che decise di dedicarsi alla letteratura a tempo pieno nel 1985, è stato un sovrapporsi di piani della narrazione, con il frequente passaggio dalla prima alla terza persona e un uso personalissimo della punteggiatura, segnato da frasi lunghe. Un codice non facile, che ha costretto i suoi traduttori a compiere sforzi notevoli per rispettare l’impianto originale. Lobo Antunes è stato un artigiano della scrittura. Lavorava dodici ore al giorno. “Jorge Amado mi confessò che invidiava questa mia routine. Mi disse che lui, dopo quattro ore, era esausto. Ho capito il suo disagio quando mi sono accorto che oggi ci sono scrittori che producono quaranta pagine al giorno”.