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Ultimo aggiornamento: 17:16

Da anni mi occupo delle ‘immagini’ del Mediterraneo e dei suoi popoli, e ne ho teorizzato il doppio movimento – da un lato, la stigmatizzazione ‘orientalista’ dell’arretratezza, dall’altro la rivendicazione rovesciata di certi stereotipi come elementi identitari positivi (la ‘lentezza’ meridiana del Mare nostrum contro la ‘velocità’ del capitalismo globale oceanico) – mettendo in luce l’insufficienza di entrambi i paradigmi, e dunque non mi è aliena ogni discussione che evochi queste tematiche. Soprattutto quando, per la cultura italiana, si parla di Napoli, considerato il luogo onfalico del Meridione; e anche quando queste discussioni riguardano la cultura popolare.

Ispirato, tra le altre cose, dal New Historicism di un grande studioso della letteratura come Stephen Greenblatt, ritengo che tra le ‘fonti’ dell’indagine teorica occorra annoverare anche quelle non ortodosse, non accademiche, perfino pop, e tra esse certo la musica, ma anche il giornalismo.

Per questo, mi interessa la ricezione del brano di Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo, e perfino la critica che ne ha fatto Aldo Cazzullo. E mi interessa, quest’ultimo, non tanto per il giudizio estetico sulla canzone, che sarebbe ‘brutta’, ma per ciò che l’accompagna: una canzone che potrebbe essere la “colonna sonora di un matrimonio della camorra”.