Il tennis vive di punti, ma anche di luoghi; alcuni di questi sono semplici tappe di un fitto calendario, altri finiscono per trasformarsi in snodi di una carriera. Indian Wells, per Jannik Sinner, è uno di questi. Il deserto californiano è il torneo che ancora manca nella sua collezione di grandi titoli sul cemento, ma è anche il posto dove due anni fa iniziò una vicenda che lo segnò come uomo ancora prima che come tennista. Dal punto di vista sportivo, il rapporto tra Sinner e Indian Wells è fatto di partite importanti e di finali sfiorate. Nel 2023 e nel 2024 il cammino dell’altoatesino si è fermato in semifinale, entrambe le volte con Alcaraz, in sfide che hanno raccontato molto bene l’equilibrio tra i due giocatori che oggi si dividono il vertice del tennis mondiale.
L’ultimo grande torneo sul veloce che manca alla collezione di casa Sinner. Eppure la memoria torna inevitabilmente anche a ciò che accadde due anni fa. Il 10 marzo 2024 l’azzurro risultò positivo a un controllo antidoping durante il torneo. Il secondo test, datato 18 marzo e successivo alla semifinale persa con Alcaraz, confermò la presenza della stessa sostanza. In entrambi i casi vennero rilevate tracce di Clostebol in quantità infinitesimali: una concentrazione inferiore a un miliardesimo di grammo per litro. Praticamente, il nulla. La spiegazione arrivò dalla ricostruzione fornita dalla difesa del giocatore. Il fisioterapista di allora, Naldi, aveva utilizzato il Trofodermin, uno spray medicinale contenente Clostebol, per curare un taglio al mignolo della mano e nei giorni successivi aveva effettuato dei massaggi durante il torneo. Sinner soffre di una dermatite che provoca spesso piccole lesioni sulla pelle dei piedi e della schiena e proprio attraverso quelle microferite sarebbe avvenuta la contaminazione.











