Avvicinandosi la fase di chiusura del PNRR, è possibile cominciare a trarre qualche considerazione, se non sugli impatti (cosa ancora evidentemente prematura), quanto meno sulla capacità delle pubbliche amministrazioni italiane di attuare gli investimenti e su come tale capacità sia migliorata grazie alla sfida del PNRR e agli interventi di rafforzamento amministrativo ad esso collegati.
Una ricerca del Politecnico di Milano e dell’Università di Padova sfata alcuni luoghi comuni, come è emerso nel convegno “Capacità Amministrativa: Definizioni, Misurazione, Politiche e Impatti Economici”, evento conclusivo dell’omonimo progetto di interesse nazionale (PRIN) che si è svolto nei giorni scorsi a Roma alla SNA (Scuola Nazionale dell’Amministrazione).Ciò che fa la differenza
Dal progetto e dalle discussioni sono emersi vari spunti rilevanti per le future politiche di riforma amministrativa e per il riassetto della governance multilivello della futura politica di coesione. Grazie al finanziamento del MUR e alla collaborazione di enti quali la Ragioneria Generale dello Stato e il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il team di ricerca ha potuto sviluppare una misurazione della capacità amministrativa dei comuni italiani più granulare rispetto a quelle finora disponibili, usando gli open data sui singoli progetti e incrociando i codici unici di progetto (CUP) con banche dati sul pubblico impiego e sui comuni. Da questo lavoro sono emerse due importanti evidenze: primo, che il livello di capacità amministrativa dei comuni italiani è molto più diversificato di quanto il tradizionale divario nord-sud farebbe presupporre; secondo, che il legame tra input amministrativo e output amministrativo non è lineare come comunemente assunto. A fare la differenza è come le pubbliche amministrazioni mobilitano le proprie risorse (ciò che nel nostro studio abbiamo definito “throughput amministrativo”).








