Sembrava un atto legislativo importante e coraggioso: a fine dicembre 2017 il Senato aveva finalmente approvato il Ddl che porta il nome dell’allora Ministra della Salute, oggi senatrice del Partito Democratico, Beatrice Lorenzin. Si trattava di una normativa, la 3/2018, nata da una proposta di legge della senatrice Paola Boldrini destinata a garantire – per la prima volta in Italia – un approccio di sesso-genere in medicina, in particolare all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. In altre parole, a studiare e valorizzare le differenze tra uomini e donne, non solo nella fisiologia ma anche nelle caratteristiche socio-culturali ogni volta che si tratta di salute. Da tempo sappiamo infatti come queste differenze abbiano importanti ripercussioni sul modo in cui le malattie si manifestano e si curano. Eppure – dice Flavia Franconi, promotrice da decenni dell’approccio di sesso-genere alla salute – la Legge 3/2018 rappresenta un’occasione mancata.

Bisogna curare meglio le donne

DI DANIELA MINERVA,

Perché la Legge Lorenzin non ha rappresentato quella innovazione che prometteva di essere?

"Sono diversi i fattori che hanno ostacolato un reale impatto della legge Lorenzin. Il principale è che in questo Paese non si fa ricerca di alto livello in questo settore. É vero, le cose cominciano a migliorare, come ha evidenziato il recente convegno organizzato dal Gruppo di lavoro di Farmacologia di genere della Società Italiana di Farmacologia. Ma di cose da studiare ce ne sono ancora tante: analisi molto recenti mostrano come oltre il 50 per cento delle mutazioni rilevanti in oncologia siano influenzate dal sesso, generando differenze nella risposta alle terapie, o come i beta-bloccanti abbiano effetti diversi negli uomini e nelle donne, e in queste ultime – in alcuni casi – anche potenzialmente negativi. Invece in Italia ci siamo fermati al problema dell’inclusione delle donne negli studi clinici, senza considerare che i risultati vanno anche interpretati in un’ottica di sesso-genere. Ma il problema è più vasto".