Gabbata all’andata da personaggi ai tempi in cerca d’autore, la legge del più forte stavolta non deroga. Traballa però fino a 3’ dalla fine (77-77), poi in quel tratto diventa inclusiva di tutto: limiti della Virtus, meriti, soprattutto balistici, del Real (7 triple negli 11’ finali), e vi allega in più un’analoga densità di fischiate estreme, un paio pure inedite, orientate in un senso prevalente. La vittoria premia eroi eterni: il totem Tavares (5 stoppate), che in area frantuma tutti (Niang più di tutti), il ciclomotore Campazzo, l’obice Hezonja (6/10), l’infinito Llull, non solo a tirare, ma anche a braccare l’indomabile Edwards. La Virtus ha tanto di meno, ma prova a sfruttarlo, cedendo solo in retta d’arrivo: dal 77-77 a 3’20” schizzano via gli altri e non resta dunque che covare il pensiero che Napoli domani sia più centrale di Madrid ieri. Si incarta e si porta a casa, il Real resta al tavolo del poker di testa.

Tutto secondo copione, ma con forti svolte di trama. Per un pezzo la Vu ne ha uno solo che fa gol (Edwards, chiuderà con 32 punti, 13/24, 6 triple), e uno solo che fa regia (Vildoza, rifiutando orgogliosamente di avviarsi al martirio e anzi unendo ai 5 assist un 6/10). Tutti gli altri a non farsi intimidire da talento, carisma e stazza altrui. Chi più (Diarra, Alston), chi meno (Niang, Morgan), chi a strappi, come Smailagic, che acchiappa 11 rimbalzi, ma ne perde due letali. Pazienza, per la classifica giocava solo Scariolo. A testa alta, di nuovo, la Virtus, trovandosi persino a maledire le occasioni perdute.