MILANO. Una lettera aperta al ministro dell'Università Anna Maria Bernini e al presidente dell'Anvur. L'hanno firmata le rappresentanze studentesche degli atenei del gruppo Multiversity — tra cui Pegaso, Mercatorum e San Raffaele Roma — dopo che il decreto Milleproroghe non ha incluso una proroga piena degli esami online per l'anno accademico in corso. È rimasta in piedi solo una deroga limitata agli studenti che si trovano all'estero in paesi in guerra. Per tutti gli altri, le prove d'esame tornano obbligatoriamente in presenza.La questione riguarda decine di migliaia di iscritti. Le università telematiche hanno registrato negli ultimi anni una crescita costante: secondo i dati del ministero, gli studenti immatricolati negli atenei a distanza hanno superato quota 200mila, con un incremento accelerato proprio nel periodo post-pandemia. La modalità online era stata ammessa in via emergenziale durante il Covid e poi mantenuta in forma più o meno stabile. Adesso il quadro normativo cambia, e chi studia a distanza si trova a dover riorganizzare tempi e spostamenti.La lettera chiede chiarezza normativa e una regolamentazione stabile. Il testo parla esplicitamente di diritto allo studio, e cita come destinatari principali del provvedimento i lavoratori, i caregiver e gli studenti fuori sede: categorie per cui la frequenza fisica in aula o in sede d'esame rappresenta un ostacolo concreto, non una preferenza. La flessibilità degli orari e la possibilità di sostenere le prove da remoto erano, per molti di loro, la condizione che rendeva praticabile un percorso universitario.Sul piano accademico, il dibattito è aperto da tempo. Valentina Grion, professoressa ordinaria in Pedagogia Sperimentale all'Università Pegaso, sostiene che la contrapposizione tra atenei tradizionali e telematici si regge su premesse discutibili. Nel contributo che accompagna la vicenda, scrive che «il fattore decisivo è la qualità della docenza: competenza scientifica e didattica contano più del formato dell'aula o della modalità di erogazione». Grion ricorda che il crescente scambio di docenti tra i due sistemi rende sempre meno netta la distinzione, e che la letteratura sulla valutazione educativa non attribuisce superiorità intrinseca né all'esame orale né a quello scritto o strutturato.La posizione del ministero parte da presupposti diversi. Negli ambienti del MUR si ritiene che il ritorno alla presenza garantisca standard valutativi più solidi e riduca i margini di irregolarità che, secondo alcune segnalazioni, si sarebbero verificati durante la fase di esami a distanza non sorvegliati. La norma si inserisce in un più ampio tentativo di uniformare i criteri di qualità tra i diversi tipi di ateneo, su cui l'Anvur è chiamata a vigilare.Il profilo degli studenti delle telematiche, però, complica questa lettura. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di giovani che scelgono la strada più comoda. I dati interni degli atenei mostrano una prevalenza di iscritti adulti, spesso con lavoro e famiglia, residenti lontano dalle sedi universitarie. Un'analisi pubblicata nel Bilancio di genere di UniPegaso indica che il modello telematico intercetta in misura significativa la domanda formativa delle donne non giovanissime, per cui rappresenta uno strumento di accesso a percorsi altrimenti difficili da percorrere. Imporre la presenza agli esami significa, per questa fascia, mettere in discussione la sostenibilità stessa del percorso.Le rappresentanze studentesche chiedono che il Parlamento intervenga con una norma organica, non con proroghe annuali che generano incertezza. La questione non è tecnica ma di sistema: riguarda quale modello di università si intende sostenere e a quali categorie di studenti si intende garantire accesso. La prossima fase sarà quella della risposta ministeriale, attesa nelle prossime settimane.