Dopo quasi un decennio di dibattiti, rinvii e un tentativo fallito nel 2020, l'Unione europea ha trovato un'intesa sul cosiddetto "meat sounding": l'uso di terminologie legate alla carne per denominare prodotti vegetali o a base di cellule coltivate. Il Consiglio Ue e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo in trilogo nell'ambito della revisione del regolamento sull'organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli, inserendo il tema nel più ampio pacchetto di riforma della politica agricola comune.L'accordo, che dovrà essere approvato formalmente da entrambe le istituzioni prima di entrare in vigore, è il risultato di mesi di negoziati tesi. I produttori avranno tre anni di tempo per adeguarsi, esaurire le scorte esistenti e rivedere le proprie etichettature.

Un accordo di compromesso: cosa cambia (e cosa no)

Il cuore dell'intesa è un elenco di 31 termini che non potranno più essere utilizzati per prodotti non a base di carne. Si tratta di denominazioni che richiamano direttamente le specie animali — come beef (manzo), veal (vitello), pork (maiale), chicken (pollo), turkey (tacchino), lamb (agnello), goat (capra) — oppure tagli specifici come sirloin (controfiletto), tenderloin (filetto), ribeye, T-bone, brisket (punta di petto), bacon, steak (bistecca) e liver (fegato). Questi ultimi due, in particolare, sono stati aggiunti alla lista nel corso delle negoziazioni finali, a testimonianza di quanto acceso sia stato il confronto. La vera concessione al fronte plant-based, tuttavia, è altrettanto significativa: termini come "burger", "salsiccia", "nuggets" e il celebre "veggie burger" rimangono consentiti.