PORDENONE - In 48 ore in città tre episodi di violenza: dalla lite alla stazione delle corriere tra ragazzi, a un'altra zuffa poco dopo nella zona fino all'aggressione del commerciante in via Cavallotti. È lui che racconta quegli attimi di terrore vissuti nel suo negozio martedì sera.
In due entrano nel negozio di Via Cavallotti al civico 12, spruzzano lo spray al peperoncino ed escono come se niente fosse. Dietro quel bancone c'è Ahmad Mubashar. Ha quarantadue anni e il volto di chi ha imparato che la vita anche se vissuta con calma serafica è fatta di sacrifici. Da dodici anni vive qui, la terra dove ha scelto di piantare le radici della sua fatica per vederne i frutti altrove, in Pakistan, dove lo aspettano una moglie e dei figli ancora piccoli. Una vita sospesa la sua.
A rompere le giornate di fatica, due giovani, entrambi hanno il cappuccio, uno indossa una felpa nera e l'altro bianca, ed è quest'ultimo a dirigere lo spray negli occhi del commesso in piedi davanti al bancone. Le telecamere riprendono tutto. Adolescenti e post tali che fanno i gradassi, con quel fare da teppistelli. Ora gli inquirenti sono al lavoro per rintracciarli.
«Ho 42 anni, da dodici sono in Italia e mai mi era capitata una cosa simile». Inizia così il racconto di Mubashar, con la pacatezza di chi non cerca vendetta, ma comprensione. È il verbale di un'offesa che non ha spiegazioni logiche. L'altra sera il ritmo della sua giornata si è spezzato. I ragazzi che sono entrati nel negozio non avevano l'aria di chi ha fame o sete, né cercavano un pacco di sigarette. Volevano e hanno trovato un bersaglio. «Sono entrati due ragazzi prosegue Ahmand e mi hanno tirato del profumo (si riferisce allo spray al peperoncino ndr) negli occhi, senza motivo. Non volevano acquistare nulla». Un sopruso fine a sé stesso. Ahmad parla della sua vita con una semplicità che commuove: casa e lavoro, il risparmio spedito lontano. È la vecchia etica del capofamiglia che si sporca le mani perché chi ama possa tenerle pulite, da questa parte del mondo, occidentale, dove la donna è emancipata, si fa fatica a comprendere. Poi, il rumore delle sirene. «Delle persone hanno chiamato l'ambulanza e poi la polizia, oggi gli occhi mi bruciano ancora, ma sto meglio», fa sapere. Lo dice quasi per rassicurare chi lo ascolta, dopo essere stato in ospedale, come se il dolore fisico fosse l'ultimo dei problemi. C'è un dolore più profondo, lo stupore dell'accaduto, di trovarsi di fronte a dei giovani che hanno scelto la strada del bullismo vigliacco. Uno dei due aggressori ha forse vent'anni, la parlata indiana, l'altro è quasi un bambino, tra i quindici e i diciotto anni. Ombre giovani che si muovono nel buio delle periferie. La morale non appartiene, almeno nell'attimo del gesto. Ahmad resta lì, tra i suoi detersivi e ai tanti cartelli scritti a mano che vietano l'alcol ai minori. Gli occhi bruciano ancora, sono lucidi. La bomboletta spray l'ha scosso, ma non piegato, continua a fare il suo, nel silenzio. «Non ho amici qui, lavoro e vado a casa», lo ripete come un mantra.






