Madre assassina? No, ma quasi. In Se solo potessi ti prenderei a calci protagonista è una Medea contemporanea in nuce che sta per esplodere. Linda, psicologa poco più che quarantenne della ordinaria città di Montauk, è costretta a seguire e curare la figlioletta urlante e irrequieta, da tempo con un tubo infilato nell’intestino per nutrirsi, con una soffocante e inesausta macchina da presa che le si appiccica per un’ora e 50 al corpo (i primi due, tre minuti di film sono un’unica inquadratura sul suo viso).
Nulla è mai definitivamente tragico e niente è mai volutamente comico in questo mumble thriller familiare targato A24 (garanzia di linee trasversali bizzarre di genere) che ha nell’interpretazione maiuscola e assoluta (non c’è sequenza senza di lei), strizzata e strattonata, di Rose Byrne, l’unico possibile prisma attraverso il quale leggere le sfaccettature intimiste del racconto. Il marito è un capitano di crociera lontano, la dottoressa che segue la bimba in ospedale è sempre pronta a redarguirla, perfino il parcheggiatore le è ostile nel concederle una sosta in doppia fila. Figuriamoci poi i suoi pazienti, perlopiù ragazze e ragazzi, che giungono nell’ambulatorio popolare in cui lavora, e dove Linda trova rifugio in sincere sedute di analisi con il collega, due porte più avanti alla sua, a sua volta oggettivamente integerrimo e scostante (il celebre volto dei talk USA, Conan O’Brien). Quando, entrata in casa con la figlioletta per un momento di relax, si apre improvvisamente un grosso buco nel soffitto da cui spruzza acqua a più non posso, madre e figlia saranno costrette all’ennesimo fastidio di passare la vita temporaneamente in un motel vicino all’ospedale.







