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Ultimo aggiornamento: 13:52

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A quasi sette anni dalla notte dell’hotel Champagne, sullo scandalo Palamara cala il colpo di spugna definitivo. E non per colpa dei magistrati, come insinuano ogni giorno i sostenitori del Sì al referendum sulla riforma Nordio, ma della politica. Con un voto contrario e 14 astensioni, il Consiglio superiore della magistratura ha dato il via libera al rientro in toga di Cosimo Ferri: una scelta attesa dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la mannaia della legge anti-porte girevoli. Così il potente ex deputato renziano, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, tornerà ad amministrare torti e ragioni dopo 13 anni tra Parlamento e ministero. E non lo farà in un ruolo qualsiasi, ma – come anticipato un mese fa dal Fatto – da giudice del Tribunale di Roma, dove approdano gli affari giudiziari dell’establishment di cui ha fatto parte per anni; proprio la sede di cui voleva scegliere il procuratore insieme a Luca Palamara, nella riunione registrata da un trojan e diventata simbolo del mercato delle nomine. Un esito paradossale reso possibile dallo scudo della Camera dei deputati, che ha negato per due volte alla Sezione disciplinare del Csm l’uso delle intercettazioni di quella notte, salvando Ferri da una probabile radiazione (destino riservato invece a Palamara). Un bel curriculum per chi ora tornerà a giudicare i comuni cittadini sotto la scritta “la legge è uguale per tutti”.