Cambiare la narrativa nel racconto dell’obesità. Non ha dubbi Silvio Busceni, presidente Sio (Società italiana obesità) che, a ridosso della giornata mondiale dedicata alla malattia cronica recidivante che il nostro Paese per primo al mondo ha riconosciuto come tale, frena gli entusiasmi sulle soluzioni facili. Che poi sarebbero i farmaci. Talmente efficaci per la perdita di peso (e poi per la protezione cardiovascolare, renale, contro le apnee del sonno o l’osteoartrite del ginocchio) da essere diventati in tutto il mondo una silver bullet contro la perdita di peso globale. Una pallottola magica.
Obesità, più malati al Sud ma il 52% dei centri è al Nord
27 Febbraio 2026
Ma crederlo e sostenerlo sarebbe una insensatezza per vari motivi. Partiamo dai numeri che, come sempre, rimettono con i piedi per terra. In Italia – rivela Buscemi – solo tra l’1.6 e l’1.7 per cento dei pazienti utilizza i farmaci contro l’obesità – i notissimi semaglutide e tirzepatide – in Spagna circa il 3%, in Gran Bretagna il 9. Per una durata media – almeno da noi – di circa 5 mesi. Motivi vari quelli che spingono a dire basta, il costo è quello prevalente, in Italia come in molti altri Paesi: la terapia ha infatti un costo medio di circa 300 euro al mese, a seconda del farmaco utilizzato, a vita. Perché alla sospensione del farmaco i chili si riprendono e si riprendono anche male, perché prevalentemente si riacquista massa grassa. E quando si dimagrisce, invece, si perdono anche muscoli.









