MILANO. Una lettera aperta, firmata da Alessandro Tommasi. «Cari startuppari d’Italia, fate presto. Anzi, facciamo presto». L’appello del fondatore di Future Proof Society è urgente. È rivolto a chi oggi costruisce nuove imprese e, insieme, al sistema che dovrebbe sostenerle. La posta in gioco, scrive, è «dimostrare che questo è un Paese open for business».
Il punto di partenza è identitario. «Le startup sono semplicemente la nuova ondata di quella famosa ossatura di Pmi di cui è fatta l’economia italiana». Non una frattura con il passato, ma una continuità. «Ne abbiamo ereditato creatività, resilienza, la capacità di fare tanto con poco». La differenza, aggiunge, sta nell’orizzonte: «Vogliamo ambizione globale e la volontà di aggregarci, di raggiungere rapidamente una massa critica senza la quale non si sopravvive nei mercati complessi».
Tommasi invita però a evitare una chiusura autoreferenziale. «Chiuderci nei coworking colorati, nei nostri circoli fatti di piumini Patagonia e inglesismi, con lo sguardo un po’ snob verso “Roma”, non ci porterà lontano». Anche «le migliori idee, il miglior codice», senza un cambiamento culturale più ampio, «rischiano di essere il seme nel deserto». Il tema non è solo tecnologico. È istituzionale.







