“La metafora è veramente un elemento poetico della cultura iraniana. A livello sociale si vive di metafore anche nel chiacchiericcio quotidiano.” Lo raccontava nel 2010 Babak Karimi, all’epoca selezionatore di cinema iraniano in numerosi festival internazionali, nonché attore vincitore di un Orso d’argento a Berlino per Una separazione (2011) di Asghar Farhadi. “La metafora è stata intesa spesso come modo per aggirare la censura, ma non è nata con questo intento, tanto che esisteva nel cinema già durante gli anni dello scià. È un po’ come l’ironia per la commedia all’italiana, una cifra culturale: a volte era solo divertimento, altre volte celava un’osservazione più critica.”

Bisogna partire da qui per capire cosa è stato e come si sta trasformando il cinema iraniano nei giorni in cui un’epoca sta finendo sotto le bombe di Usa e Israele, che ha spesso incantato il pubblico occidentale, in primis quello francese, dagli anni Ottanta fino ad oggi, mostrando i capolavori di maestri come Abbas Kiarostami e Mohsen Makhmalbaf o, più di recente, proprio con i drammi a sfondo sociale di Farhadi o con le opere di due autentici cineasti dissidenti come Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof.

Insomma, per aggirare una forma di censura statale presente fin dagli anni Venti a difesa dei principi religiosi sciiti e intensificata con l’avvento della Repubblica islamica degli ayatollah post-1979, grazie al controllo esecutivo della Fondazione Cinematografica Fârâbi, le strade battute sono state differenti: c’è chi ha preferito misurarsi di continuo con le restrizioni statali (prima Makhmalbaf, più di recente Panahi e Rasoulof), finendo sconfitto, incarcerato, inibito a produrre; chi è fuggito da tempo all’estero (pensiamo a Marjane Satrapi e al “caso” Persepolis); o chi, come il compianto Kiarostami, non ha mai voluto impegnarsi in maniera diretta contro la censura di stato.