A Sanremo sono solo canzonette? E quando mai. Guai anche solo a pensarlo. Specie se nel bel mezzo del festival della canzone italiana quei cattivoni di Usa e Israele lanciano un attacco militare al regime islamista di Teheran. I nostri menestrelli più impegnati fanno la fila in sala stampa per dire la loro, neanche Trump e Netanyahu potessero ascoltarli. L’occasione, però, è troppo ghiotta. Del resto sparare a salve contro l’occidente, notoriamente, porta punti non al Fantasanremo ma nel borsino del mondo di mezzo tra musica e politica. Per cui, come perdere l’opportunità? Poco importa che – purtroppo - dalle parti del Festival di Sanremo 2026 non vi sia traccia di eredi di Bob Dylan o Fabrizio De André. Qui e ora c’è l’erede designato di Ghali, il giovane rapper genovese Sayf che ci prova a buttarla quasi in versi e parla di “ennesimo capriccio americano” col sopracciglio alzato di chi la sa lunga più dei suoi stessi capelli.

Ma d’altra parte non è colpa nostra se il tribunale della Storia sanremese in questa fase generalmente un po’ sfigata, ci mette proprio i rasta dell’aspirante cantautore ligure davanti agli occhi e nelle orecchie le sue parole (in buona compagnia, va detto, della milizia anti-israeliana formata da Levante, Ermal Meta e pure i parvenu, novelli Ricchi e Poveri, ovvero Maria Antonietta e Colombre.