Le liti per le tasse restano una zavorra in Cassazione. Quasi un ricorso pendente su due (il 46,1% per essere precisi) in campo civile riguarda controversie su tributi. Sull’arretrato la sezione tributaria ha effettuato un vero e proprio colpo di reni grazie all’organizzazione. Lo certificano i numeri del 2025: giacenze in calo del 9,1 per cento, che significano quasi 3.700 fascicoli in meno rispetto all’anno precedente. Il problema, però, è che resta fortissima la pressione delle nuove liti. Ed è questo il vero scoglio da superare, perché l’organizzazione può spingere ma da sola non basta. Se il peso dei ricorsi resta così alto, servono politiche deflattive più efficaci.
I flussi in ingresso
Ma andiamo con ordine. Consideriamo i nuovi fascicoli che varcano la porte d’ingresso di Piazza Cavour a Roma, secondo gli ultimi dati diffusi dall’ufficio di statistica della Suprema corte. In tutto il civile sono stati 26.345 i ricorsi presentati nel 2025. La voce tributi (9.154) ne assorbe quasi il 35 per cento. In sostanza, con la sola eccezione del 2023 (anno interessato dalle sanatorie), il flusso annuale di liti tributarie portate all’esame dei giudici di legittimità non è mai sceso sotto quota 9mila. Questo fa sì che di fatto non si sia ridotta la pressione sui giudici di terzo grado. Può aumentare l’organizzazione, lo sforzo e la capacità di definizione con un’asticella fissata ancora più in alto ma il flusso in ingresso non si riesce a ridurre. Da un punto di vista di tutela delle ragioni sia dell’Erario che del contribuente, questo risponde sicuramente al pieno riconoscimento dei diritti di entrambe le parti in “causa”.






