Milano, 1 mar. (askanews) – William Kentridge è uno dei grandi protagonisti della scena dell’arte contemporanea, le sue opere hanno attraversato tante pratiche e hanno dato una forma alla storia dell’apartheid e della società che è venuta dopo, ma soprattutto hanno dimostrato una mobilità e una capacità di lavorare lungo uno spettro ampio e mai rigidamente definibile. Skira gli dedica ora una monografia della nuova serie Milestones, che vuole essere un’immersione nel suo lavoro.
Lo abbiamo incontrato a Milano e gli abbiamo chiesto in che modo un artista guarda a questo grande catalogo della sua opera e della sua vita. “Credo che si debba guardare dietro con gli occhi del te stesso 18enne – ci ha risposto – e che si debba dire a quel giovane te stesso di non preoccuparsi: in 40 anni i tuoi lavori saranno esposti in tanti musei, avrai queste mostre, e la tua opera sarà riconosciuta e premiata. Sarebbe stato un tale sollievo per quel 18enne non avere l’ansia sul suo futuro, non chiedersi continuamente se avrò successo e se qualcuno guarderà a quello che faccio. Tutto quel panico che si innescava… oggi mi dispiace per quel me di 18 anni”.
Nato a Johannesburg nel 1955, Kentridge ha raggiunto notorietà internazionale soprattutto con i suoi film di animazione, opere che hanno ridefinito un paradigma e che mantengono una grande potenza, nonostante la semplicità formale. La sua storia personale e quella del Sudafrica passano nei lavori ed è forse scontato, ma anche naturale, chiedergli a un certo punto che cosa può fare un artista davanti al tempo presente e alle sue asperità. “Mi è sempre piaciuta la risposta di Gabriel Garcia Marquez alla domanda su quale sia il dovere di un artista di uno scrittore – ci ha detto -. Lui disse che il dovere rivoluzionario di uno scrittore è quello di scrivere bene, di lavorare al meglio e coscienziosamente nel suo studio. Questo è ciò che fa un artista, questo è ciò che fa la differenza. Come cittadino è diverso, puoi sostenere questa protesta o quel movimento, ma questa cosa secondo me non c’entra con il lavoro che fai in studio”.







