Nelle strade intorno alla casa di William Kentridge, a nord di Johannesburg, ci sono alberi di una bellezza sovrabbondante: jacarande, eucalipti e platani formano tunnel di un verde acceso. La luce nella città dell’oro, così chiamata per le miniere di minerali su cui è costruita, è sempre sbalorditiva, anche se il paesaggio è piuttosto austero. Superando una curva stretta con la mia auto, i raggi del sole acquistano sfumature di colore che avrebbero fatto invidia al pittore statunitense della luce, Thomas Kinkade. Accosto per fare una foto e mi colpisce subito la vista di un uomo vestito a malapena di stracci. Guarda caso mi sono fermata proprio davanti alla casa di Kentridge. La produzione del più grande artista sudafricano vivente è profondamente radicata nella città in cui ha vissuto per la maggior parte della sua vita. Il contrasto tra la strada benestante e le promesse non mantenute di una metropoli alle prese con povertà, senzatetto e servizi inefficaci è un filo conduttore costante nella sua poetica, dai disegni a carboncino di figure stilizzate alle animazioni sperimentali che ritraggono il Sudafrica post-apartheid.

Risalgo il vialetto della sua casa in stile inglese, dove vive con la moglie Anne Stanwix, una reumatologa, da oltre 40 anni. Seduti nel suo studio luminoso, iniziamo a parlare, e Kentridge mi spiega che la profonda vena politica che attraversa le sue opere non sempre è intenzionale: «Affiora in modi di cui non sono nemmeno consapevole», dice. Capelli bianchi, folte sopracciglia, una camicia Oxford candida e impeccabile, Kentridge ha l’aria di un professore. Nonostante non abbia mai pensato al suo lavoro «come la storia di Johannesburg, guardando i miei film uno di seguito all’altro, è possibile ricostruire le vicende della città».