Le sirene che iniziano a suonare, i messaggi di allarme squillano tetri sugli smartphone. Stavano visitando il giardino dei Getsemani, sul Monte degli Ulivi, a Gerusalemme, i 16 sacerdoti piemontesi – in gran parte provenienti dalla Diocesi di Torino – quando la guerra è ripiombata in Terra Santa. Erano da poco passate le 11. Poche ore prima, l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran dava la stura all’immediata reazione del regime degli ayatollah innescando una lunga serie di bombardamenti. I religiosi sono riusciti subito a riparare in un luogo sicuro, così come tutti gli altri pellegrini provenienti da ogni angolo del mondo. La delegazione piemontese sta bene è all’interno del convento Maronita, nella Città Vecchia, pochi passi dal Santo Sepolcro, ma regna l’incertezza sui tempi di rientro. Della comitiva piemontese fanno parte anche un diacono e due laici: il gruppo è in viaggio da lunedì scorso con l’Opera Pellegrinaggi per seguire il percorso di formazione che permette di diventare guide dei fedeli cristiani che si dirigono in Terra Santa.
La Città Vecchia, per ora, pare al riparo dalle bombe, ma intanto i negozi hanno chiuso le serrande e per le strade non si vede anima viva. Il volo di ritorno in Italia era previsto alle 17 di oggi, quel che accadrà nelle prossime ore, però, resta avvolto nel mistero. «Siamo in contatto con la compagnia aerea El Al, con il Ministero del Turismo israeliano e con il Consolato italiano, ma è troppo presto per avere informazioni certe» ammette don Daniele D’Aria, 71 anni, della diocesi di Torino.












