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Il tram è l'animale da compagnia del milanese. Lo conduce da casa al lavoro con la fedeltà del labrador, senza giudicare né badare al suo stress proverbiale o agli insulti che gli vengono rivolti
Non ci sono biciclette, car-sharing o monopattini che tengano. Che sia addobbato come una discoteca o un ristorantino; che gli si cambino nome e tecnologia, dal Carrelli al Jumbo e al Sirietto; che arrivi in ritardo e sporco come una cloaca; nulla impedirà ai milanesi di amare il tram. Non accadrà neppure ora, con ancora negli occhi quella sagoma familiare lanciata a bomba non contro l'ingiustizia, come la locomotiva di Guccini, ma contro un angolo indifferente di Porta Venezia. Il tram è l'animale da compagnia del milanese. Lo conduce da casa al lavoro con la fedeltà del labrador, senza giudicare né badare al suo stress proverbiale o agli insulti che gli vengono rivolti. I tram vecchi, "evanescenti come fantasmi" come scriveva Calvino, dondolano e bofonchiano, ti cullano. Quelli moderni sussurrano sibili elettrici di efficienza meneghina. Il tram è un'icona borghese, una Madonnina su rotaia che invece di proteggere i milanesi, li scarrozza per questa grande piccola metropoli, mostrando angoli di bellezza inattesa ad avvocati e studenti, senzatetto e pensionati. Si era appena guadagnato la celebrità mondiale, il tram. Con a bordo il presidente Mattarella, era arrivato a San Siro per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, rappresentando l'anima più autentica di una Milano popolare che pulsa e sferraglia nonostante affitti e prezzi sempre meno inclusivi. È stata l'apice comunicativa per il mezzo che ci fa sentire parenti di Lisbona e San Francisco, il mezzo di Renato Pozzetto e Aldo, Giovanni e Giacomo, il mezzo comunitario per eccellenza. Neppure un mese dopo, il tram si è trasformato in un pericolo pubblico, una scheggia impazzita portatrice di morte e dolore come quello che uccise Antoni Gaudì o quello che rese invalida Frida Kahlo. Una metamorfosi crudele che merita di avere presto una spiegazione.






