Questione di tempi. A meno di un mese dal referendum sulla giustizia il caso Striano irrompe nel dibattito politico con la relazione della presidente della commissione Antimafia e i grillini gridano allo scandalo. Poiché sono coinvolti ex magistrati diventati parlamentari nelle fila del centrosinistra, sono convinti che la richiesta di fare luce sul cosiddetto “verminaio” degli accessi abusivi rappresenti un tentativo della politica di controllare i pm, come vanno dicendo i sostenitori del No mischiando inchieste e mezze bufale nella speranza che gli elettori se le bevano. Gli esponenti dell’opposizione sostenitori del No non leggono (o leggono male) le migliaia di pagine di indagini delle procure di Roma e Perugia con gli atti dell’inchiesta che vede 23 persone indagate per accesso abusivo alle banche dati in uso allo Stato, ma si preoccupano di difendere senza se e senza ma i “campioni dell’antimafia”, gli ex procuratore oggi parlamentari Federico Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato, accusando in pratica il centrodestra di volere colpire le toghe.
Eppure la vicenda dossieraggio contro il centrodestra e il referendum di marzo nulla c’entrano tra loro. De Raho è stracitato nelle carte dell’inchiesta sul “verminaio” perché è stato capo del finanziere Pasquale Striano, il super investigatore coordinatore del gruppo Sos abile nel compulsare le banche di dati alla ricerca di informazioni sensibili da spifferare poi ai cronisti amici. Il grillino De Raho è stato il numero uno della superprocura nazionale antimafia, stessa sede nella quale Striano lavorava alcuni giorni alla settimana. Se il finanziere ha potuto agire indisturbato, si legge nella relazione di Colosimo, è perché «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione “tossica”, e complice che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni».









