Roma, 26 feb. (askanews) – Tutto ha inizio con il caso Andrea Pucci. L’invito a Sanremo come co-conduttore e poi il passo indietro perché subissato da attacchi e financo da minacce. La destra lo difende a spada tratta, la sinistra è fredda e punta il dito contro le battute “razziste e omofobe” di Pucci, autodefinitosi in passato “l’unico comico di destra”. Passano i giorni e regge l’illusione che, in fondo, si stia parlando di satira, della permeabilità delle democrazie alla satira, dei limiti della libertà di espressione, del diritto di criticare i potenti, anche con uno sberleffo. Certo, le priorità del Paese sarebbero altre, ma il tema è squisitamente politico. Poi, a un certo punto, il paravento cade e la questione diventa un’altra: il diritto della politica a parlare di Sanremo (per non parlare d’altro, sostengono le opposizioni). Da qui il diluvio.

Perché la politica, cioè la maggioranza, comincia a parlare non solo del diritto di Pucci ad essere sul palco di Sanremo, ma anche della scaletta di Sanremo, delle canzoni di Sanremo, di cosa dovrebbe fare il conduttore di Sanremo e – al momento non ci sono prove, ma la speranza è viva – dei meglio e peggio vestiti di Sanremo. Inutile dire che il Fantasanremo impazza.