L’orbita terrestre, per decenni percepita come un altrove rarefatto e quasi metafisico, è diventata oggi una risorsa concreta, finita, contesa: un nuovo “territorio” politico ed economico che obbliga a ripensare categorie giuridiche nate in un’epoca in cui lo spazio era dominio di pochi Stati e di pochissimi satelliti. La genealogia del concetto di orbita come risorsa comincia infatti negli anni Sessanta, quando l’umanità, appena affacciatasi oltre l’atmosfera, immaginava lo spazio come un bene comune, un’estensione del mare aperto o dell’Antartide. Il Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico del 1967 rifletteva questa visione: nessuna appropriazione, libertà di uso, responsabilità degli Stati. Ma già allora, con l’assegnazione dei primi slot geostazionari e la gestione delle frequenze da parte dell’ITU, l’International Telecommunications Union delle Nazioni Unite, si intravedeva un paradosso: se lo spazio è di tutti, l’orbita non lo è. L’orbita è fisica, limitata, strutturata; non è un concetto astratto, ma un’infrastruttura naturale che può essere saturata. La sua scarsità è diventata evidente solo con l’avvento della space economy contemporanea, quando la miniaturizzazione, la caduta dei costi di lancio e la rivoluzione delle mega-costellazioni hanno trasformato la LEO - l’orbita terrestre bassa, quella strategica per applicazioni civili, militari e commerciali -, in un nuovo “real estate” strategico.
Ecco perché lo spazio è un’estensione della nostra ecologia politica
La LEO - l’orbita terrestre bassa, quella strategica per applicazioni civili, militari e commerciali – è un nuovo “real estate” strategico, per il quale servon…







