I dati ufficiali saranno resi noti a marzo. Ma secondo le prime stime la produzione industriale farmaceutica in Italia potrebbe raggiungere un nuovo record: oltre 75 miliardi di euro. Il settore sembra godere di un’ottima salute. Di più. Sembra avere le ali ai piedi. Il 2025 ha chiuso con un export di 69,2 miliardi, con un aumento sull’anno precedente di quasi il 30 per cento (28,5 per l’esattezza). Il saldo con l’estero è stato positivo per 11,5 miliardi. Nell’era dei dazi e dell’incertezza globale, si può dire che la farmaceutica è il vero motore dell’export italiano e europeo.

Le esportazioni verso l’America non sono mai state così alte. Gli Usa non hanno filiera e competenze sufficienti per sostituire la produzione europea e Donald Trump non ha potuto fare a meno di esentare il settore dai dazi per non impattare sui costi delle polizze sanitarie e sull’inflazione. Nonostante tutto tra le industrie del settore c’è, per così dire, un senso di paura. «Quando sono stati resi noti i dati record delle esportazioni», dice Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, «non ho festeggiato, mi sono preoccupato. Mi chiedo se in futuro riusciremo a mantenere questa crescita».

Bisogna alzare lo sguardo e osservare alcune crepe che iniziano a vedersi e intervenire con calce e cemento per tempo. Un senso di urgenza che in Europa non sembra esserci. Più che aiutare il settore, Bruxelles sembra divertirsi a sgambettarlo. Mentre la Cina ha allungato la durata dei brevetti, l’Europa l’ha ridotta. E, coerentemente con l’ideologia green, ha persino inventato una sorta di “tassa sulla pipì” a carico del settore farmaceutico. Siccome i farmaci sono prodotti chimici e vengono espulsi con le minzioni, il settore deve farsi carico dei costi di depurazione delle acque. Una sovrattassa da 11 miliardi. Non ci si rende conto che in atto un’aperta sfida commerciale, al centro della quale c’è la futura disponibilità dei farmaci più innovativi per curare in modo sempre più efficace i cittadini. E a sfidare l’Europa sono due colossi del calibro di Cina e Stati Uniti. Se è vero che Trump non ha imposto per ora dazi alla farmaceutica, ha messo in atto una strategia di lungo periodo potenzialmente più pericolosa. Con uno dei suoi ordini esecutivi, ha imposto una svolta radicale nella politica dei prezzi dei farmaci negli Usa. Il prezzo di vendita sul mercato americano di un farmaco dovrà essere pari a quello più basso in un panel di otto nazioni avanzate. E l’Italia è tra queste. Questo meccanismo si chiama della «most favourite nation (Mfn)», la nazione più avvantaggiata. L’idea di Trump, che poi non è così lontana dal vero, è che l’America, pagando prezzi più alti per i farmaci, abbia finanziato la ricerca anche a favore dell’Europa. Ora vuole mettere fine a questa “sovvenzione”. Per l’Italia può essere un problema, perché oltre ad avere prezzi bassi ha un meccanismo, il payback, che di fatto è uno sconto che le case farmaceutiche italiane sono obbligate ad applicare per legge.