Sono diventati i più grandi partendo dai più piccoli. Hanno insegnato ai bambini che lo sport non è ambizione, è gioia, non è la pratica di spostare più in là i confini, ma quella di conoscere i propri limiti, non è un’attività per pochi, è un’abitudine per tutti. Senza perdere l’allegria. Per il futuro c’è tempo, il futuro aspetta. La nazionale, il Bodo, Haaland, Klaebo, signori e signore, la Norvegia. «Io sono un prodotto di questo modello» racconta Morten Thorsby, oggi alla Cremonese, norvegese di Oslo. «Da bambino andavo a calcio dopo le lezioni, giocavo con la squadra della scuola due volte a settimana. Gli altri giorni sci di fondo. Una e due volte tennis. A quasi 15 anni ho scelto il pallone. E ho avuto un’ottima qualità di vita».
Giornate impegnative.
«In Norvegia andiamo a scuola fino alle 14. Poi si fa sport. E si fanno tutti. Ci sono tante ore a disposizione e tanta attenzione. Quando sei un pochino più grande lo sport è integrato, ci sono tre ore di lezioni e due di sport tutti i giorni per tutti».
Le montagne, il freddo, la neve, dove gli altri vedono un ostacolo, un norvegese vede un’opportunità.
«Fa parte della nostra cultura, siamo un popolo attivo, sempre a contatto con la natura. Ma la vera opportunità è stata creata anni fa, nell’87, quando è stato inventato un modello con la Carta dei diritti dei bambini nello sport».












