Dice di essere «triste e pentito». E aggiunge: «Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa, ho tradito la loro fiducia». Carmelo Cinturrino, 41 anni, assistente capo al commissariato Monforte, da lunedì è a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario. E davanti al gip Domenico Santoro, nell’interrogatorio di garanzia, prova a spiegare perché all’imbrunire del 26 gennaio ha sparato alla testa di Abderrahim Mansouri durante un controllo antispaccio nel boschetto della droga di Rogoredo. «Ho esploso il colpo per paura e quando ho visto che stava morendo ho perso la testa». Si è reso conto che per lui era finita perché «sa bene cosa accade a loro quando sparano. Ha tentato di mettere una toppa», riferisce le sue parole l’avvocato Piero Porciani.

La pezza improvvisata dal poliziotto consisteva nell’artefare la scena del crimine e la decisione viene presa in trentotto secondi: centra alla tempia Mansouri alle 17:33:02 e alle 17:33:40 le telecamere registrano la corsa del collega verso la Panda di servizio, diretto al commissariato con l’ordine di prelevare una valigetta contenente la Beretta a salve poi posizionata accanto al corpo della vittima. «Un’arma giocattolo che, in quanto tale, non deve essere denunciata e che ha trovato ancora prima del Covid in zona Lambro e ha tenuto», sottolinea il difensore. Che aggiunge: «Il collega che ha preso la valigetta non poteva non sapere cosa c’era all’interno». Davanti al gip Cinturrino sostiene che cinque dei sei agenti presenti quel pomeriggio in via Impastato lo «hanno visto prendere qualcosa dalla macchina e mettere un oggetto vicino alla vittima», ma «assicura di non avere toccato il corpo e di avere chiamato subito i soccorsi». Eppure, stando al documento compilato dall’operatore, la chiamata ai soccorsi è stata effettuata alle 17,55, ben ventidue minuti dopo lo sparo. E i verbali dei poliziotti dipingono Cinturrino come una persona oltre i limiti: «È sempre stato considerato come paladino o fenomeno», uno dal quale «girare alla larga», manesco e mosso da interessi personali nelle sue operazioni al boschetto. Nell’ambiente è noto come «Luca Corvetto» e si faceva temere: «Voleva che tirassero fuori droga e soldi, sia pusher sia tossici», mette a verbale il 19 febbraio uno degli agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Cinturrino nega: «Il giro di spaccio? Carnevale», liquida la questione. Ma i colleghi con cui condivideva gli interventi a Rogoredo insistono: «È un pazzo, non sta bene, si è fiondato subito sul corpo di Mansouri e lo ha girato. Io correndo ho visto a terra un oggetto che non mi sembrava una pistola». E infatti era la pietra con cui la vittima tentava di far arretrare Cinturrino. «Non mi ispirava fiducia, ho sempre chiesto di non lavorare con lui - dichiara un altro agente - Anche l’ispettore si è reso conto che Carmelo aveva atteggiamenti non belli. Era aggressivo, allungava le mani. Io personalmente ho visto che si portava un martello e una volta lo ha usato per picchiare i tossici». Arma che utilizzava quando i frequentatori del boschetto «non gli dicevano dove erano i soldi e dove era la sostanza». A farne le spese è stato anche un invalido in sedia a rotelle, altra sua ossessione insieme a Mansouri. «Con lui era diventato un accanimento - sottolinea l’agente - Diverse volte Cinturrino lo ha indagato, ma spesso si sfogava con lui. Gli alzava le mani, è capitato anche che usasse il martello contro di lui, lo teneva sotto la manica in modo che non si vedesse. Gli chiedeva soldi e droga».