L'ex braccio destro di Fini si confessa al Corriere della Sera tra retroscena politici e crisi personali: "Ero considerato un impresentabile, oggi sono l'interprete del melonismo ma non cerco poltrone; meglio stare al di là del potere che rincorrere il potere"
Italo Bocchino parla con il presidente della Camera Gianfranco Fini nel dicembre 2010
Dall’esilio politico del 2017, quando al congresso di Trieste era considerato un "impresentabile" da tenere alla porta, alla ribalta come principale interprete televisivo del pensiero di Giorgia Meloni. Italo Bocchino, ex braccio destro di Gianfranco Fini e oggi direttore del Secolo d’Italia, si confessa in un’intervista al Corriere della Sera in occasione dell'uscita del suo libro "Giorgia la figlia del popolo", edito da Solferino. Il ritratto che emerge è quello di un uomo che ha attraversato il "naufragio" personale e politico per approdare a una nuova fase di osservatore esterno, ma influentissimo, della destra di governo.
Bocchino rievoca con amarezza il periodo della rottura tra Fini e Berlusconi, che gli costò l'isolamento: «Mi consideravano un traditore, tra i colpevoli della rottura, cosa solo in parte vera. Mi sono avvicinato a Fratelli d’Italia camminando sulle uova. Nel 2018 mi sono iscritto, ma online: in sede mi avrebbero chiuso fuori». Un rapporto, quello con la premier, ricucito anni dopo con un messaggio: «Mandai un WhatsApp a Giorgia, che mi rispose: “Chi l’avrebbe mai detto?”». Nonostante il ruolo di difensore d'ufficio nei talk show, Bocchino chiarisce di non ambire a poltrone: «Il mio patto è che non ho bisogno di incarichi, posti in Parlamento, di nulla. Vivo del mio».







