Correva l'anno 1998. Una giovane Giorgia Meloni, 21 anni, dopo aver vinto le primarie di Alleanza Nazionale per il Municipio XI della Capitale era eletta consigliere della Provincia di Roma. Affondano lì i primi ricordi di Gianfranco Fini, allora presidente del partito della Fiamma. E sono parole al miele per l'allora ragazza che si accingeva a prendere la guida di Azione Giovani vincendo, nel 2004, il congresso nazionale di Viterbo. «Quando si svolsero le elezioni provinciali ebbi modo di conoscerla meglio. Era giovanissima e aveva il merito di credere molto in quello che diceva: era convincente. Può sembrare una banalità ma se credi in quello che dici forse riesci a convincere. Se recitati un ruolo non convinci, perché non c'è quell'empatia...», ha detto Fini intervistato a Radio Atreju, il podcast dei giovani di Fratelli d'Italia. «Studiava, approfondiva, forse perché aveva paura di non essere all'altezza, di deludere. Ora direi, facendo il professore, era preparata», ricorda ancora l'ex numero di Alleanza Nazionale

E si arriva al 2004. Giorgia Meloni sfida Carlo Fidanza, attuale europarlamentare di Fdi e suo uomo fidatissimo, per la guida del movimento giovanile del partito. L'attuale premier guidava la lista “Figli d'Italia”. «Bisognava eleggere il segretario generale di Azione Giovani e non partiva coi favori del pronostico. Come presidente del partito è chiaro che aveva il dovere di essere super partes. Non c'erano problemi di leadership, non contestavano la guida di Alleanza Nazionale. Sono sempre stati molto aperti, a tal punto che qualcuno diceva “ma hai consentito le correnti”, però se sono correnti di pensiero va bene. Giorgia vinse per pochi voti. Allora mi feci mandare dal mio capo segreteria il discorso che aveva fatto e dissi: “Bene, brava”».