ASanremo i cognomi pesano. A volte risuonano prima ancora della musica, come un’eco. Quest’anno al Festival ce ne sono alcuni che raccontano una storia doppia: quella di chi canta e quella di chi è stato applaudito e celebrato. In primis Leo Gassmann, che torna all’Ariston con un titolo che è già un programma: Naturale. Cantare d’amore, dice, è necessario. C’è bisogno di pace, aggiunge, senza retorica, quasi con pudore. Classe 1998, figlio di Alessandro e nipote di Vittorio Gassman, ha imparato presto che il talento non cancella il confronto. Lo rende solo più evidente. La sua storia musicale passa da X Factor, dalla vittoria tra le Nuove Proposte al Festival di Sanremo 2020, fino al ritorno tra i big. Oggi è un cantautore che guarda al folk, a Bob Dylan, ai Mumford & Sons, a quella musica che profuma di strada e vento.

Dopo sei ore di prove generali, ecco i favoriti per il podio del Festival di Sanremo

Poi c’è Tredici Pietro, all’anagrafe Pietro Morandi. Il cognome è lo stesso di Gianni, ma l’universo sonoro è un altro pianeta. Rap old school, barre asciutte, una generazione che si racconta senza archi né romanticismi. Con Uomo che cade porta all’Ariston una riflessione quasi brutale: non siamo mai soddisfatti. Cadiamo, ci rialziamo, ricadiamo. In loop. È una filosofia che ricorda da lontano la resilienza di Uno su mille, ma qui il linguaggio è urbano, disilluso, contemporaneo. Lui dice di affrontare il Festival con ingenuità ed entusiasmo. Paura compresa, perché negarla sarebbe poco credibile.