Emmanuel Macron non vuole che si parli della violenza politica della sinistra francese. È convinto che dietro all’attenzione per l’uccisione del militante di destra Quentin Deranque, linciato il 14 febbraio, ci sia un disegno di quella che chiama «l’internazionale reazionaria». Una manovra dei leader suoi avversari, insomma, per condizionare le elezioni presidenziali del 2027 in un Paese dove il Rassemblement national, il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella, guida i sondaggi con il 34% delle intenzioni di voto, e dove l’82% degli elettori disapprova l’operato del capo dello Stato. Così, dopo la reazione aggressiva di Macron nei confronti di Giorgia Meloni («Che ognuno se ne stia a casa sua e le pecore saranno ben custodite»), ieri è stata la volta degli Stati Uniti. L’ambasciatore americano a Parigi, Charles Kushner, è stato convocato al ministero degli Esteri francese, dove lo attende una protesta formale per i commenti dell’amministrazione Trump sull’uccisione di Deranque.
A Washington sono accusati di aver commesso lo stesso peccato della premier italiana. Il 19 febbraio l’Ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato, dopo che il ministero dell’Interno francese aveva confermato la matrice politica dell’omicidio, ha commentato online che «le notizie secondo cui Quentin Deranque sarebbe stato ucciso da militanti di sinistra dovrebbero preoccuparci tutti». Ha aggiunto che «il radicalismo violento di sinistra è in aumento», un dato di fatto che oltreoceano conoscono bene, e che «il suo ruolo nella morte di Quentin Deranque dimostra la minaccia che rappresenta per la sicurezza pubblica». Le autorità statunitensi hanno concluso che avrebbero «monitorato la situazione» e che si aspettano «che i responsabili delle violenze siano assicurati alla giustizia».












