Nebbia e temporali come filo rosso di tragedie lontane nel tempo ma identiche nella dinamica. In Come se nulla fosse? Gianni Guiducci racconta gli errori che precedono gli incidenti di volo e invita a ripensare la sicurezza come cultura quotidiana.
La nebbia, quando è fitta davvero, non si limita a nascondere le cose: le cancella. Trasforma l’orizzonte in un’ipotesi, il paesaggio in un’astrazione. Nel febbraio del 2025, mentre l’elicottero di Lorenzo Rovagnati si sollevava lentamente dal suolo, quella nebbia aveva proprio questa qualità: non lasciava spiragli, non suggeriva vie di fuga. Era un ambiente chiuso, saturo, ostile. Uno di quei contesti in cui l’aviazione, anche la più moderna, torna improvvisamente primitiva. Il decollo non fu un gesto automatico, ma un atto di fiducia. Una fiducia che durò pochi minuti.
Quando, pochi mesi fa, la relazione tecnica ha messo nero su bianco le cause dell’incidente, le parole sono state quelle consuete del linguaggio aeronautico: errore di pilotaggio, condizioni meteorologiche proibitive, perdita di riferimento. Termini corretti, necessari, ma incapaci di restituire il senso profondo di ciò che era accaduto. Perché dietro quei termini si nasconde sempre una scelta iniziale, spesso silenziosa: decidere di partire anche quando tutto, dall’ambiente al buon senso, suggerirebbe di aspettare.







