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Ultimo aggiornamento: 17:49
Gli accordi commerciali siglati finora dall’amministrazione Trump restano in vigore. In aggiunta, la Casa Bianca intende mantenere il quadro delle tariffe già stabilite limitandosi a cambiare base giuridica: non più l’International Emergency economic powers act, bocciato dalla Corte Suprema, ma la sezione 122 del Trade Act, che autorizza l’introduzione di dazi fino al 15% per 150 giorni in caso di ampi squilibri della bilancia dei pagamenti. Nessuna intenzione di concedere rimborsi alle aziende esportatrici straniere. Sono questi i punti fermi emersi lunedì dalla riunione dei ministri del Commercio del G7 a Bruxelles, a cui ha partecipato anche il rappresentante Usa al Commercio Jamieson Lee Greer.
Per l’Italia c’era il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che – mentre Giorgia Meloni continua a tacere sulla sentenza – ha assicurato di aver “ottenuto rassicurazioni sulla volontà di non creare instabilità per le nostre imprese” e sostenuto che c’è ancora “un obiettivo comune su entrambe le sponde dell’Atlantico”, cioè “prevedibilità per le nostre imprese, rafforzamento del partenariato e rinnovato impegno per la crescita”. Nel frattempo però, da Roma, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso parlando su Radio 1 Rai ha detto la sua. Dando un giudizio singolare sulla decisione della Corte: “Ci ha svantaggiati rispetto alla Cina, al Brasile e ad altri partner nostri competitori nel mercato americano per i quali l’amministrazione Trump aveva determinato dei dazi maggiori rispetto al 15% concordato con la commissione Ue”, ha detto. “Il fatto stesso che quei dazi elevati siano stati ridotti dalla Corte suprema a un dazio pari a quello di fatto stabilito nei confronti dell’Ue, ci ha danneggiati”. Poco importa se a fissare unilateralmente le nuove tariffe al 15% è stato Donald Trump, non certo John G. Roberts e gli altri otto giudici della più alta corte federale.












