La Corte Suprema ha riportato Donald Trump nel tracciato definito dalla Costituzione, con una frase netta: «Il presidente non può ricorrere alla IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) per imporre dazi». Trump ha aspettato qualche ora e poi ha reagito con un discorso dai toni duri. Ha definito la decisione «una disgrazia per il nostro Paese», ha accusato i giudici di essere «traditori» e di essersi piegati a «interessi stranieri». Ma, al di là delle parole gravemente irrispettose, ha riconosciuto che la sentenza va rispettata. E ha subito annunciato un «piano B». Trump ha dichiarato che utilizzerà altre basi legali per imporre «dazi ancora più duri», citando esplicitamente la Section 301, contro pratiche commerciali sleali come le questioni europee su Iva e Big tech, e la Section 232, che consente tariffe per ragioni di sicurezza nazionale, ampliando potenzialmente il modello già applicato ad acciaio e automobili. Ha inoltre annunciato di aver firmato un provvedimento per introdurre un dazio globale del 10% valido fino a 150 giorni, salvo estensione da parte del Congresso.

Il limite, però, è strutturale. Le sezioni 301 e 232 prevedono indagini formali e procedure obbligatorie che richiedono settimane o mesi. Non consentono l’immediatezza e l’ampiezza dell’IEEPA. In altre parole, Trump può ripartire, ma non può farlo domani mattina con la stessa portata. Ecco perché, mentre la Casa Bianca rilancia, l’effetto economico della sentenza è immediato. Il 60 per cento dei dazi 2025 evapora in un colpo solo. L’aliquota tariffaria effettiva americana scende dal 13 al 6 per cento. Fino a 175 miliardi di dollari potrebbero dover essere rimborsati agli importatori. Per l’Italia e per l’Europa la decisione suona come una liberazione, anche se temporanea. Con effetto immediato decadono i dazi imposti attraverso l’IEEPA, compreso il 10 per cento generalizzato sulle importazioni dall’Unione Europea e le tariffe «reciproche» su vino, moda, macchinari, lusso e agroalimentare. Per l’export italiano i benefici sono concreti. I prezzi dei beni italiani negli Stati Uniti possono ridursi tra il 10 e il 30% nelle categorie più colpite. Il solo settore del vino potrebbe recuperare circa 2 miliardi di euro annui di esportazioni. Moda e agroalimentare riacquistano competitività su un mercato che era diventato proibitivo. Le piccole e medie imprese esportatrici stimano risparmi tra 100 e 200 milioni di euro già nel primo trimestre 2026.